e-ducĕre per intraprendere: il tempo dell’esperienza e il paradosso della scelta.

cooperare . imprenditorialità . valore condiviso

@paoloventuri100

La fase di passaggio o di metamorfosi (come direbbe Aldo Bonomi) sta mettendo al centro dei nuovi processi di trasformazione la cosiddetta società imprenditoriale, ossia quella moltitudine di “tentativi” nati dal basso che, sfidando il rischio, si propongono di ricostruire una nuova offerta di beni e servizi.

La sfida di questa moltitudine mossa da un lato dalle opportunità e dall’altro dalle necessità è quella di produrre valore aggiunto, inteso come quel surplus in grado di rispondere tanto ai bisogni di chi acquista (domanda), quanto a quelli di chi vende (offerta).

Questo blog è nato come spazio per osservare questa evoluzione delle motivazioni, dei mezzi e dei fini dell’imprenditorialità, convinti che il valore per sua natura abbia bisogno di essere costantemente rigenerato, pena la sua istantanea “evaporazione”.

20161101_115742

Riflettere sul valore, però, mette in capo la persona, la sua dimensione identitaria, il suo percorso di vita (biografia), i suoi interessi e ovviamente le sue competenze. Rischio  x  innovazione x ars combinatoria: queste sono le caratteristiche che R. Cantillon (l’economista che ha  coniato per primo il termine “imprenditore” nel 1775), ci ha lasciato per capire quali sono le “meta-competenze” da educare per intraprendere.

Appunto, educare. L’educazione non è un “metter dentro”, ma – come suggerisce l’etimo latino – un “tirar fuori”.  È così che, mentre la formazione può essere un processo controllato dal soggetto medesimo che è in formazione (si parla infatti spesso di auto-formazione, formazione a distanza, ecc.)  l’educazione è un processo in cui qualcuno/q.cosa  “da fuori”  agisce su qualcun altro… un input esterno che attiva e fa emergere delle meta-competenze e una consapevolezza. Trovo corretta l’insistenza sulla necessità dell’investimento in formazione, ma ritengo che la dimensione educativa, soprattutto per l’imprenditorialità sociale, sia la vera urgenza. Provo a spiegarlo…

C’è una novità che connota l’attuale fase storica e che non trova pari nelle epoche precedenti. Si tratta dell’accelerazione con cui avvengono i cambiamenti, un’accelerazione che provoca il restringimento del tempo dell’esperienza, vale a dire la riduzione delle opportunità per fare esperienza che è all’origine di quella che sembra una vera e propria sindrome di aspettative continue (Zamagni).  Mentre l’orizzonte delle aspettative di innovazione si dilata sempre più, in conseguenza dell’accelerazione impressa dalla ICT  e dalle piattaforme social,  le possibilità di fare esperienze significative si riducono, perché la società dell’urgenza obbliga tutti a vivere il “tempo della fretta”.

Costantemente protesi verso la novità del prossimo futuro, fatichiamo a goderci le cose del presente. Per prendere decisioni in modo appagante occorre aver fatto esperienza in qualche modo dei termini delle scelte; ma per fare esperienza ci vuole tempo, quel tempo che spesso l’accelerazione dei mutamenti in atto, ci sottrae. Si badi a non confondere il concetto di “fretta” con la “velocità”. Quest’ultima è sempre positiva (preciso che non è una ragione per superare i limiti di velocità…) , perché accorcia il tempo per giungere allo scopo; la fretta, invece, è la velocità fine a se stessa che finisce spesso per mancare l’obiettivo prefissato…tanto quanto il suo opposto, la lentezza.

Vado al secondo punto della mia riflessione sugli elementi che minano la spinta all’educazione: il paradosso della scelta.

Ogni qualvolta vi sia una decisione da prendere nasce un dubbio, e il dubbio può “pietrificare“, come con efficacia illustra la storia della “testa di Medusa”: tagliare (de-cidere) la testa è quanto occorre per non restare paralizzati.  Ora, fintanto che l’indecisione riguarda la scelta del mezzo più conveniente per raggiungere lo scopo, la ragione, assistita dalla tecnica (formazione), è in grado di sbloccare la situazione.

Altro però è il caso quando la scelta riguarda i fini stessi dell’azione.

Eccoci al punto centrale del discorso: quando il problema della scelta consiste nel decidere tra mezzi alternativi per raggiungere un determinato fine – quando, cioè, in termini kantiani, la domanda che attende risposta è del tipo “che cosa devo fare per ottenere…” – il ricorso alla ragion tecnica può essere sufficiente (formazione). Ma quando la domanda diviene: “che cosa è bene che io …“, vale a dire quando si tratta di scegliere tra fini diversi, la necessità di disporre di un criterio di scelta fondato sulla categoria del giudizio di valore diviene irrinunciabile. Nessuna competenza potrà mai fornirmi il criterio di valore sulla cui base scegliere. Comprendiamo ora la portata della dimensione educativa dentro la dimensione dell’imprenditorialità (sociale). Educare postula il “tempo dell’esperienza” e mette in moto “una scelta”.

La conferma di ciò la si può osservare nell’impatto che ha generato il servizio civile. Come dimostrano i dati sulla biografia degli imprenditori sociali, questa opportunità offerta a molti giovani ha rappresentato  un “’incubatore” straordinario per favorire la nascita di nuove cooperative sociali,  perché offriva la possibilità di fare un’esperienza con alla base una “scelta di valore”. 

Ecco perchè nella società imprenditoriale l’enfasi sulla formazione è necessaria, ma non è sufficiente.

Condividi

1 Commento

  1. Franco Paolinelli ha detto:

    Nella mia personale esperienza ho vissuto le forti accelerazioni di cui parla il testo in campi attualmente “di moda” tra i giovani. Per altri campi, non attualmente di moda ho notato la necessità di una fase d’incubazione dell’idea che in Italia ed a Roma in particolare, può essere anche di 30 e più anni. Si può, forse, dire che ogni idea ha una fase analoga di radicamento e poi una fase d’imitazione a velocità crescente, fino a saturazione del mercato potenziale. Ad esempio l’idea “orti urbani” è stata lanciata nei primi anni 80 del millennio scorso e va di moda ora, 36 anni dopo. Analogamnte, per quanto ne so, non è il mio campo, le idee base dell’informatica sono degli anni 70′. Buon lavoro. Franco Paolinelli

Rispondi a Franco Paolinelli Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *