La razionalità del Noi

asset comunitari . cooperare . valore condiviso

@paoloventuri100

Il #Valore dei beni

Da sempre, fin dai suoi albori disciplinari, l’economia è stata la scienza del bene. Nel corso del tempo, però, il concetto di bene è andato soggetto ad interpretazioni figlie del contesto e della cultura economica dominante.

Fin verso la fine del ‘700 il bene è stato identificato col bonum: “bene è ciò che è buono” nell’accezione aristotelico-tomista del termine. Nel 1776 Adam Smith pubblica la sua opera fondamentale con il titolo di:” The Wealth of Nations”Wealth per A. Smith ha la stessa radice di welfare, il cui significato è piuttosto “lo stare bene”, il wellbeing. Si arriva poi agli inizi dell’800 dove si registra un mutamento importante: il concetto di bene viene identificato con quello di merce. E’ bene tutto ciò che, prendendo la forma di merce, transita per il mercato ricevendone un valore: il prezzo di mercato, appunto. Nella seconda metà dell’800 il quadro concettuale cambia ulteriormente: il concetto di bene viene associato a quello di utilità fino ad essere riformulato in termini di preferenze individuali. (Fiducia, Reciprocità e Mercato – S. Zamagni, 2014)

Da questo momento in poi, il Bene della società diventa tutto ciò che soddisfa le preferenze dei singoli e l’economia, se vuole conservare la sua razionalità, deve preoccuparsi di suggerire i modi per soddisfare al massimo grado le preferenze individuali. Di conseguenza, il bene comune si costruisce in una visione in cui il valore coincide con il valore economico. Possiamo ora ben comprendere perché oggi si parla erroneamente di NO PROFIT e perché è così difficile pesare il Valore dell’intangibile, delle organizzazioni della società civile. In una visione economica che insegue il Benessere, attraverso la massimizzazione delle preferenze del singolo, in cui il “profitto” è la proxy del Valore, il “no profit” ha finito col rivestire un ruolo residuale, senza valore appunto, tant’è che nessuno si è mai impegnato o preoccupato di misurarlo, come se il Valore di un “bene” orientato al  Bene non si potesse misurare.

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Abbiamo rinunciato a misurare il Valore aggiunto del Sociale e ci siamo, invece, ritrovati il valore dell’economia illegale (prostituzione, droga e contrabbando) nel calcolo del PIL.

Ma le cose stanno cambiando anche grazie alla crisi che ha fatto riemergere la vecchia nozione di bene come bonum.  Si sta riaffermando la convinzione che l’idea di Valore  richieda non solo la presenza di beni economici, ma anche di relazioni  umane. Una delle esternalità di questa crisi (entropica, cioè di senso) è quella di aver riproposto un’idea diversa di valore, recuperando il valore del non profit, delle relazioni, del dono, della solidarietà, della comunità, della collaborazione, della cooperazione. Il Valore di legame è ricombinato al valore d’uso e di scambio di un bene, tant’è che né lo STATO né il MERCATO possono prescindere dall’attivazione di meccanismi fiduciari per un loro corretto funzionamento.

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Il #Governo dei Beni Comuni

In questo quadro di cambiamento del Concetto di Valore si inserisce la riscoperta dei Beni Comuni. I processi di sviluppo locale sono sempre più “community based”, hanno le radici nella comunità, intesa non più come soggetto passivo o semplice stakeholder ma come protagonista della co-produzione, come “assetholder” cioè portatore di risorse economiche, relazionali e culturali. Ma perché la soluzione comunitaria è quella che offre le maggiori chance di uscita da quella che G.Harding nel 1968 definì  “tragedia dei commons” ?

Cosa manca, infatti, alle soluzioni privatistica e pubblicistica? L’idea di comunità, appunto.

Se le persone che fruiscono del bene comune non riconoscono che esiste tra loro un legame di reciprocità, né il contratto sociale hobbesiano, né l’individualismo libertario che si affida alla coscienza dei singoli, potranno mai costituire soluzioni soddisfacenti al problema dei beni comuni. Accesso e proprietà sono categorie distinte – talvolta in conflitto tra loro – e ciò a prescindere dal fatto che la proprietà sia privata o pubblica. L’idea vincente allora – rigorosamente esplorata da Elenor Ostrom – è quella di mettere all’opera le energie della società civile organizzata per inventarsi forme inedite di gestione comunitaria.

Il modello di gestione deve essere congruente con la natura del bene: se questo è comune, anche la gestione deve esserlo.

Ecco perché la trasformazione dei commons in commodities che il processo di privatizzazione andrebbe a comportare non risolve affatto il problema, perché la “tragedia dei commons” non è un problema di diritti di proprietà, come si continua a ritenere, quanto piuttosto un problema di fallimento dei modelli di  governance (Zamagni, 2014).

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Per la gestione dei beni pubblici può bastare lo Stato (governo), per i beni privati può bastare il Mercato (concorrenza); per i Commons ossia i Beni Comuni, occorre invece la GovernanceIn questo senso il ruolo della Pubblica Amministrazione si nobilita quando passa da “gestore” di processi ad “abilitatore” in grado di favorire le iniziative e la collaborazione tra i privati e gli operatori sociali in particolare quelli cooperativi. Non basta infatti la sola Collaborazione (intesa quale capacità di condividere i mezzi), serve la Co-operazione, cioè la capacità di tenere insieme i mezzi con i fini dell’agire comune.

Un’autorevole conferma empirica di ciò ci viene dallo studio di Rustagi, Engel, Kosfeld (2010), in cui si mostra come il dilemma dei commons si risolve quando esistono minoranze profetiche che, ispirando il proprio comportamento alla “razionalità del noi” (we-rationality) riescono a trascinare il comportamento degli altri fino al punto di raggiungere  un comune obiettivo.

La “razionalità del noi” diventa così il paradigma di un modo nuovo di intendere lo sviluppo: un modello “inclusivo” che lega il valore ai luoghi e alle persone che lo producono e che riposiziona (rigerandolo) il ruolo del Pubblico oltre la dimensione statuale.

Note Bibliografiche

Beni Comuni e cooperazione  – a cura di Lorenzo Sacconi e Stefania Ottone  (Il Mulino, 2015)
Governing the Commons – E. Ostrom  (The Evolutions of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, 1990)
Fiducia, Reciprocità, Mercato – S. Zamagni, 2014   (Aiccon, 2015)
Beni Comuni ed Economia Civile  – S. Zamagni  in Beni Comuni e cooperazione  – a cura di L.Sacconi e S.Ottone  (Il Mulino, 2015)
The Tragedy of the Commons – G. Harding  (Science, 1968)
Conditional Cooperation and costly monitoring explain in forest commons management  –  Rustagi, Engel, Kosfeld  (Science,  2010)
 
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2 Commenti

  1. Matteo Paladini ha detto:

    Io ho creato (ma vorrei renderla più efficace) una comunità su facebook “Coach del risparmio e del baratto” in cui ognuno indica cosa può offrire agli altri, in termini di beni e servizi, per aiutarli a risparmiare e lo stesso deve fare ciascun altro. Qui non circola denaro, ma si ricambia il favore fatto, con un altro per un valore equivalente (non per forza in tempo reale, ma anche in un momento successivo), creando così fiducia tra le persone, e favorendo il superamente degli egoismi. Per maggiori informazioni contattatemi pure. Sarò ben lieto di aiutarvi “nel mio piccolo”.

  2. Luigi Bertuzzi ha detto:

    Come rimediare, se ancora possibile, alle conseguenze del “where-is-the-beef-ismo”

    Con questo tipo di titolo vorrei essere abilitato a riassumere, da cittadino e pensionato, l’enorme difficoltà che incontro ad esprimere la mia opinione su temi esposti da scienziati sociali, filosofi, umanisti, artisti, ecc… in approfondimenti e/o articoli, come [per citarne alcuni che sento in relazione, solo potenziale, tra loro]:
    1)
    L’insostenibile leggerezza del benicomunismo
    2)
    S-viluppo cioè togliere i viluppi, gli ostacoli
    3)
    The tacit knowledge

    Ho appena trovato, in Retoriche della cultura e dell’innovazione, dei possibili “appigli” concettuali che mi sembrerebbero utili; sono però usati in un contesto completamento diverso dagli ambiti professionali che me ne hanno reso consapevole.

    Esprimo quindi solo l’intenzione di continuare questo commento … eventualmente

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