Millennials agnostici e neet volontari: facce di quale medaglia?

ibridazioni

@Editormanque

Sono due capitoli della stessa narrazione. Il primo riguarda i millennials: cosmopoliti, orientati alla condivisione come stile di vita e alla ricerca di senso guardando all’impatto delle attività in cui sono coinvolti. Tanto che su Stanford social innovation review li hanno definiti “agnostici” rispetto alle tradizionali matrici socio culturali e giuridiche. In altri termini non è necessariamente attraverso il nonprofit che si produce valore sociale e, al contrario, non è solo utilizzando le società di capitali che si genera ricchezza economica. Anzi è spesso da combinazioni sui generis che scaturisce quell’impatto positivo sui beneficiari, le comunità locali e soprattutto i sistemi di regolazione. Un’ibridazione ricercata non per rimescolare le carte, ma per cambiare le regole del gioco, in una fase storica in cui la dipendenza dal percorso delle istituzioni tradizionali (pubbliche, for profit, sociali) è arrivata a livelli tali da impedire, o rendere assai ardui, percorsi di cambiamento per via interna.

Il secondo capitolo riguarda invece quegli stessi giovani che non studiano e non lavorano. Una popolazione sempre più ampia (circa due milioni e mezzo di giovani italiani secondo l’Istat) che alimenta la nuova stratificazione della “terza società” – una popolazione, anche questa sempre più consistente, di lavoratori scoraggiati, in nero, discontinui – che rappresenta il più pesante lascito della crisi. E la componente giovanile è ancora più a rischio, essendo destinata a “rimanere in carico” per decenni al sistema di protezione sociale, sapendo bene che più il tempo passa più la situazione si incancrenisce.

In un’inchiesta del Corriere della sera di qualche settimana fa sono stati individuati quattro diversi “trampolini” che i neet usano per superare loro stato di disagio. Accanto al classico, anche se non scontato negli esiti, investimento sulla formazione c’è il tentativo di risalire la china ricomponendo il puzzle di micro lavori nell’ambito del terziario sociale (educazione, cura, ricreazione, ecc.). Un ambito che, come dimostra un recente articolo di Vita, è però terreno di conquista per l’economia dei voucher che rende complicata la costruzione di profili e percorsi professionali definiti e stabili.

Ma oltre a queste leve se vogliamo tradizionali, in quanto si collocano lungo l’asse – precario – della formazione-lavoro, le tribù dei neet segnalate dall’inchiesta del Corriere fanno riferimento anche a due ulteriori modalità per “rimbalzare”: sport e volontariato. Ambiti che, in maniera ancora più esplicita, chiamano in causa il nonprofit non solo come datore di lavoro e fornitore di servizi formativi, ma soprattutto come agente di aggregazione e di sostegno identitario. Una domanda che si palesa anche dai dati del mega sondaggio “Generation What?” dove impegno sociale e civile non fa molta rima, come nel passato, con il volontariato del “tempo libero” esercitato in una sfera pubblica monopolizzata dal sociale e dal politico. È invece un’esperienza sempre pubblica ma strettamente legata a economia e lavoro, potenziando così l’impatto sul contesto e la realizzazione di sè in un contesto che è insieme più ricco di opportunità e di rischi.

Cattura

La scommessa è in gran parte sul senso dell’esperienza e per questo sarebbe interessante verificare l’impatto di iniziative come quella, controversa, del volontariato in Expo. Per molti candidati si trattava infatti di un’esperienza “abilitante” rispetto ad altre possibili attività future. Un volontariato la cui valenza si misura non tanto nella conversione diretta in lavoro remunerato – come è avvenuto con il servizio civile spesso servito da “periodo di prova” per lavorare nel terzo settore – ma soprattutto come educazione di soft skills relazionali che sempre più “fanno curriculum”. Qualità visibili non solo nella relazione di aiuto e nello sviluppo di comunità messe in atto da organismi nonprofit, ma nello svolgere funzioni a più ampio raggio e in contesti diversi: community management, stakeholder engagement, co-creazione ecc. Funzioni che saranno sempre più centrali nel qualificare il lavoro del futuro, come dimostra l’interessante progetto “Job Design” che ha delineato i nuovi lavori e i relativi servizi di accompagnamento.

Due rappresentazioni quindi non allineate, ma neanche distanti. E soprattutto che sollecitano la società civile organizzata affiché sia in grado di intercettare non solo una fascia di bisogno, ma un grande potenziale di cambiamento. Un po’ come sta succedendo con il progetto “Comunità che innovano” di Caritas italiana: 50 giovani coinvolti in un percorso di due anni che mette a tema l’innovazione sociale. Un progetto di crescita. Probabilmente anche per l’organizzazione che lo promuove.

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1 Commento

  1. l’articolo è interessantissimo e lo condivido. Sto cercando con il mio Progetto Turismo d’Inverno una riconversione del modo di ospitare nel Salento . Unica finalità creare lavoro giovanile.Il territorio non è pronto e occorre un lavoro di preparazione che sto facendo

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