Le reti non muoiono mai (nonostante la retorica)

cooperare . ibridazioni . valore condiviso

@Editormanque

Il titolo può sembrare uno slogan generico e forse anche eccessivamente ottimista. Ma nel suo piccolo esprime una piccola, grande verità. Ovvero che la costruzione di meccanismi di coordinamento tra organizzazioni e persone diverse rappresenta una risorsa sempre più preziosa, non solo in campo sociale. Come insegnano infatti i migliori studiosi dei reticoli imprenditoriali come Enzo Rullani, “fare rete” non significa solo agire competenze tecniche legate a particolari forme organizzative e giuridiche. Non è, in altri termini, lo strumento che conta – con buona pace dei “fashion victim” per i contratti di rete – ma piuttosto vale il principio di regolazione. La rete, da questo punto di vista, si incunea tra i modelli che hanno fin qui monopolizzato i sistemi relazionali complessi e che hanno contribuito a un formidabile processo di instituion building. Da una parte lo scambio di mercato che si lega in via preferenziale con i soggetti d’impresa. Dall’altra il principio burocratico che trova la sua massima realizzazione nelle burocrazie statali. Ci sono, naturalmente, tutte le eccezioni del caso, ma va comunque sottolineato che l’incremento per numero e morfologia delle forme organizzate di azione collettiva – grazie anche alla formidabile spinta del web – non può che prefigurare l’alba di un’era dei networks. Meglio quindi attrezzare persone e organizzazioni ad operare al meglio in questo scenario prossimo venturo, condividendo non tanto una definizione del concetto, quanto piuttosto una cassetta degli attrezzi che consenta di maturare una competenza di networking trasversale e non solo riservata a figure specialistiche come i manager di rete.

Quali sono quindi gli ingredienti che caratterizzano le reti oggi? Quali le peculiarità che le contraddistinguono? In primo luogo il carattere di complementarietà che caratterizza i legami tra i nodi. Appare ormai al tramonto l’epoca dei network caratterizzati da elementi di chiara omogeneità (territoriale, giuridica, culturale, ecc.) e di relazionalità biunivoca sviluppata esclusivamente verso il nodo specialistico di coordinamento della rete. Ormai il modello “filiera” si applica ben oltre l’ambito della manifattura e della piccola media impresa ed è abbondantemente implementato anche in contesti sociali come i sistemi di welfare locale. Ciò significa incrementare i livelli di autonomia, di responsabilità e di fiducia dei soggetti coinvolti, affinché possano coprodurre beni e servizi complessi che non potrebbero essere internalizzati entro i confini organizzativi di un unico attore. Ciò chiama in causa anche la disponibilità di sistemi informativi sofisticati che consentano ad ognuno di sviluppare la propria vocazione specialistica e i gangli giusti per integrarsi con gli altri pena il rischio di spezzare la filiera. In secondo luogo le reti sono sempre più tematiche e pragmatiche, orientate cioè al perseguimento di “oggetti sociali” ben definiti. Il “tramonto delle ideologie” vale anche per le reti che non possono più contare sui profondi substrati culturali che, nel bene e nel male, hanno fatto da piattaforma facilitante per il networking. La tenuta delle reti appare quindi legata alla dimensione-obiettivo rispetto alla quale, di nuovo, è più semplice misurare gli apporti di risorse e i livelli di responsabilità. L’effetto di questo mutamento è un’affermazione progressiva delle reti in forma di coalizione, ben diverse dalle reti orizzontali, contraddicendo così la retorica della rete piatta e introducendo elementi di misurazione d’impatto ex post piuttosto che di adesione ideologica ex ante. Infine è da rilevare l’importanza degli assetti normativi e di governance che regolano due aspetti fondamentali delle reti. Il primo riguarda il classico accesso e recesso dal network. Aspetto spesso dibattuto soprattutto per quanto riguarda le possibilità – e i relativi costi – di uscita. Il secondo elemento di attenzione dei sistemi normativi delle reti riguarda la densità dei legami di interdipendenza tra nodi. Fare rete richiede infatti di trovare l’equilibrio tra esigenze di autonomia e “cessione di sovranità” per consentire l’azione collettiva. Tale equilibrio naturalmente non è assoluto, ma legato ai cicli di vita dei network che quindi nel corso del tempo sono chiamati a tirare o rilasciare le briglie della regolazione a seconda degli interessi e degli obiettivi che animano la compagine di rete. Il tutto ricordando che gli schemi normativi più efficaci sono quelli in grado di fissare regole costituenti e non codicilli da patto parasociale. Poche norme generali che definiscono mission e stile di lavoro di chi sta in rete, consentendo così di mantenere ampi margini di libertà sul modo di agire. Aspetto, quest’ultimo, che rappresenta la miglior precondizione per generare innovazione.

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In tutta questa dinamica non è necessario andare alla ricerca di peculiarità che riguardino il non profit nel fare rete perché il meccanismo di funzionamento è sempre lo stesso ed è intrinsecamente sociale a prescindere dai soggetti che ne fanno parte. Quel che è utile osservare sono le concrete applicazioni, i cantieri (sempre aperti) che coinvolgono i soggetti sociali, in particolare quelli a vocazione imprenditoriale. Il quadro che ne emerge è molto variegato. Le reti fanno da piattaforma non tanto e non solo di rappresentanza, ma sempre più di rappresentazione dei contesti sociali ed economici rispetto ai quali si definiscono priorità di intervento e soprattutto si negozia il carattere di “utilità sociale” dei beni e dei servizi da rendere disponibili per progetti di protezione e coesione sociale. Le reti inoltre fanno da strutture di supporto per lo sviluppo di nuovi servizi, soggettività, progetti d’innovazione ecc. Ma tutto ciò avviene secondo una logica di progressiva specializzazione ispirata al conosciutissimo principio di make or buy. In altri termini se è vero che le reti tra soggetti non profit sono state, in una prima fase, “tuttologhe”, in quanto non erano disponibili risorse espressamente dedicate allo sviluppo di questo comparto, oggi grazie alla progressiva affermazione del settore possono permettersi la specializzazione. Possono, in altri termini, scegliere cosa internalizzare e cosa acquisire da soggetti esterni, oppure aspetto ancor più rilevante, cosa possono coprodurre con altri. Il caso della formazione professionale e manageriale è emblematico in tal senso. Si è passati infatti da una situazione “autodafe” per assenza di offerta, alla possibilità di rivolgersi ad un crescente (anche se ancora non sufficiente) numero di soggetti specializzati, aumentando così la propria capacità di essere un committente competente. Ancora, come ricordato in precedenza, le reti sono sempre più, esse stesse, soggetti imprenditoriali e non solo agenzie di supporto (ad esempio in veste di general contractor). I network di imprenditorialità sociale gestiscono, in numero crescente, iniziative imprenditoriali in prima persona, tenendo le fila di processi produttivi. Lo fanno attraverso brand di prodotto, gestione diretta di strutture commerciali, startupper di imprese “ibride” ad elevato contenuto di innovazione e di investimento economico. Una vera e propria rivoluzione copernicana che porta i network da una funzione di retrobottega delle unità imprenditoriali a una sorta di “access point” di servizi integrati direttamente aperto ai soggetti beneficiari.

Se queste sono le tendenze in atto quali gli scenari? Nel futuro prossimo le reti agiranno sempre più come organismi intermediari non solo per formulare le politiche (attraverso i famigerati “tavoli” di programmazione), ma anche per implementarle, assumendo direttamente compiti gestionali e di rendicontazione, come peraltro è già avvenuto nel caso delle “sovvenzioni globali” per la distribuzione di incentivi a imprese sociali di inserimento lavorativo. Inoltre le reti del sociale dovranno sempre più attrezzarsi, con adeguati investimenti, come laboratori di innovazione dove sia possibile non solo sperimentare ma anche mettere in produzione nuovi prodotti, servizi e modelli organizzativi. Una propensione, quella ad innovare, che è necessario al più presto infrastrutturare, pena il rischio che il non profit venga presto superato nella produzione di valore sociale da imprese for profit sempre più attratte da un orientamento che, oltre la CSR, mira alla produzione di “valore condiviso” per rigenerare la legittimità perduta presso i consumatori. Infine in rete è possibile gestire iniziative complesse come la rigenerazione di beni e spazi pubblici (i cosiddetti “asset comunitari”) entro i quali è possibile gestire attività e iniziative attraverso diversi modelli di business, lavorando su compensazioni interne e forme efficienti di marketing mix. Lunga vita alle reti quindi!

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